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disputa su freud

29 aprile 2010

riporto due interessanti articoli in relazione all’uscita del libro “il crepuscolo di un idolo” . La disputa filosofica avviene tra Michel Onfray (filosofo francese politicamente attivo nell’area della sinistra libertaria e alternativa,  che propone un pensiero risolutamente materialista e laicistica ) e Bernard-Henri Lévy (o più semplicemente BHL) fondatore della scuola della nouvelle philosophie nata  per combattere la tentazione totalitaria nei suoi elementi di base: le idee di Assoluto, Bene,  Male, Storia, Dialettica. Essa esprime un rifiuto delle teorie comuniste e socialiste che hanno ispirato il maggio francese, ma anche dell’ideologia capitalista e conservatrice.
Il caso. Un libro in Francia demolisce il padre della psicoanalisi. Critici e seguaci si scontrano sui media

Freud impostore, l’ accusa di Onfray

Per il filosofo non fu un vero scienziato. E la sua scuola è solo dogmatica

Si stenda gentilmente sul lettino, dottor Sigmund Freud. Il filosofo francese Michel Onfray, edonista e libertario, ateo e rivoluzionario, sta per farle saggiare un po’ della sua stessa medicina: una radicale sessione di psicoanalisi. Purtroppo con esito scontato. Le tocca una condanna postuma come ispiratore di cattivi costumi misogini, omofobi, fallocratici, narcisistici e politicamente ambigui; le viene imputata l’ invenzione di una falsa scienza, «affabulatoria», fideistica, pronta a carpire la buona fede degli ingenui e a interpretare sogni e pulsioni come fanno le fattucchiere con le linee del destino. Tutto questo in un saggio, Il crepuscolo di un idolo, l’ affabulazione freudiana, che ancor prima di raggiungere le librerie (in Francia esce mercoledì da Grasset, pp. 616, 22) già conquista le prime pagine di «Libération» nonché le copertine delle riviste «Le Point» e «L’ Express», coinvolgendo al di là delle aspettative sia il pubblico parigino di sinistra che la provincia conservatrice. Del resto i termini della questione sono talmente chiari, e il linguaggio usato da Onfray così diretto – almeno a giudicare dalle anticipazioni – da costringere l’ intero mondo culturale a prendere posizione. Nel libro, al geniale psicoanalista viennese, ancor oggi adorato da milioni di seguaci, e considerato da medici e pazienti lo scopritore dell’ inconscio, viene riservato un trattamento simile a quello che Onfray ha dedicato al cristianesimo nel Trattato di ateologia (in Italia uscito da Fazi), dove figurano frasi del tipo «sentivo il soffio della bestia cristiana sul collo». Nel processo a Freud l’ imputato viene distrutto – almeno nelle intenzioni – e sepolto sotto un’ interminabile serie di accuse. Per cominciare, avrebbe nascosto i debiti contratti dal pensiero di Nietzsche proprio mentre ne adottava la filosofia vitalistica: come dire – e qui il paradosso di usare proprio la terminologia psicoanalitica si fa divertente – che il vecchio Sigmund avrebbe «ucciso il padre» facendone sparire le tracce. Avviando, in seguito, un’ opera gigantesca di mistificazione, trasformando le proprie sensazioni, idee fisse e fantasie in mitologia valida per tutti, una sorta di manuale per erudire le folle dei seguaci. Qui – sempre seguendo il percorso di Onfray – a carico del povero Freud si trova di tutto: auto-incensamento egotistico, distruzione della corrispondenza imbarazzante, attrazione dissimulata per la numerologia, l’ occultismo e la telepatia, rinnegamento delle teorie un tempo da lui stesso sostenute – come quella sull’ uso della cocaina. Ancora: invenzione della categoria del «paziente», riferimenti a «casi clinici introvabili», distruzione delle prove là dove rivelavano le sue stesse vergognose «falsificazioni», dissimulazione dei «fallimenti terapeutici». Sul piano personale: infedeltà nell’ amicizia, adulterio, tendenze incestuose. Non parliamo delle relazioni pericolose con la politica: simpatia per l’ austro-fascismo di Dollfuss, per il «cesarismo autoritario di Mussolini» (cui inviò il 26 aprile 1933 una delle sue opere con la dedica a «un eroe della cultura»), la collaborazione con l’ Istituto Göring nella speranza di riuscire a conciliare la psicoanalisi con il regime nazionalsocialista. Forse una ancor maggiore durezza viene riservata da Onfray alla scuola freudiana, ai suoi devoti in apparenza laici ma in realtà succubi e dogmatici, pronti a giurare senza prove sul fatto che, ad esempio, il complesso di Edipo sia da considerare realmente «universale» o che stendere il paziente sul divano porti realmente, e «scientificamente», alla sparizione dei sintomi, ovvero alla guarigione. E così via: Onfray spara contro tutto ciò che sa di freudiano, anche in linea derivata: il «freudo-marxismo» di Reich, Marcuse e dei figli del Sessantotto, non meno del «culto narcisistico dell’ Io» che celebra l’ individualismo liberale. Prima ancora che lo scandaloso Crepuscolo di un idolo abbia raggiunto le librerie, ecco i seguaci del grande Sigmund farsi avanti e recitare gli scongiuri: Onfray, nonostante la sua dichiarata militanza nella sinistra radicale, sarebbe un provocatore, anzi un infiltrato «che riabilita un discorso di estrema destra», un volgare mistificatore che avrebbe collezionato una serie di errori materiali e messo insieme citazioni fuori posto. Vuoi vedere che si può parlar male di Cristo ma non di Freud?, hanno subito replicato sia da sinistra che da destra i «liberi pensatori». E via anche loro a citare giudizi di Ludwig Wittgenstein: «La psicoanalisi è solo una potente mitologia». Di Karl Popper: «non è scienza». Di Jean-Paul Sartre: «L’ inconscio non esiste». Di Gilles Deleuze e Félix Guattari, autori addirittura dell’ Anti-Edipo. Si finisce col rievocare persino un intellettuale grande, e liberale doc, come François Fejtö: «La difesa di una verità scientifica suscita a volte la medesima passione di un articolo di fede, come testimoniano la storia del darwinismo, della psicoanalisi e della teoria della relatività». E così, adesso che Darwin e Freud sono stati tirati giù a forza dal loro piedestallo, vuoi vedere che toccherà presto una simile sorte anche alla terza persona della moderna Trinità Laica, Albert Einstein?

Fertilio Dario
(18 aprile 2010) – Corriere della Sera

Bernard-Henri Lévy contro le critiche «ridicole» al maestro della psicanalisi

Tutti gli errori di Onfray su Freud

La polemica fra gli intellettuali dopo l’uscita del libro pieno di accuse all’autore dell’«Interpretazione dei sogni»

Bernard-Henri Lévy contro le critiche «ridicole» al maestro della psicanalisi

Tutti gli errori di Onfray su Freud

La polemica fra gli intellettuali dopo l’uscita del libro pieno di accuse all’autore dell’«Interpretazione dei sogni»

Michel Onfray si lamenta di ricevere critiche senza essere letto? Ebbene, l’ho quindi letto. L’ho fatto sforzandomi di mettere da parte, per quanto possibile, i vecchi cameratismi, le amicizie comuni, come anche la circostanza — ma questo era evidente — che entrambi siamo pubblicati dallo stesso editore. A dir la verità, sono uscito da questa lettura ancora più costernato di quanto lasciassero presagire le recensioni di cui, come tutti, ero venuto a conoscenza. Non che per me, come invece per altri, l’«idolo» Freud sia intoccabile: da Foucault a Deleuze, a Guattari e ad altri ancora, molti se la sono presa con lui e io, pur non essendo d’accordo, non ho mai negato che abbiano fatto avanzare il dibattito. E nemmeno sono il risentimento anti-freudiano, la collera, addirittura l’odio, come ho letto qua e là, a suscitare il mio disagio alla lettura del libro Crépuscule d’une idole.

L’affabulation freudienne (Grasset): si fanno grandi libri con la collera! E che un autore contemporaneo mescoli i propri affetti con quelli di un glorioso predecessore, che si misuri con lui, che faccia i conti con la sua opera in un pamphlet che, nell’ardore dello scontro, apporta argomenti o chiarimenti nuovi è, in sé, qualcosa di piuttosto sano. Del resto, Onfray l’ha fatto spesso, altrove, e con vero talento. No, non è questo. Quel che infastidisce nel Crépuscule d’une idole è di essere banale, riduttivo, puerile, pedante, talvolta al limite del ridicolo, ispirato da ipotesi complottistiche assurde quanto pericolose; e di adottare — il che è forse la cosa più grave — il famoso «punto di vista del cameriere», di cui nessuno ignora, a partire da Hegel, che raramente sia la persona più adatta a giudicare un grand’uomo o, peggio ancora, una grande opera… Banale: come unico esempio, cito la piccola serie di libri (Zwang, Debray-Ritzen, René Pommier) ai quali Onfray ha l’onestà di rendere omaggio, oltre ad altri testi, alla fine del volume, che già difendevano la tesi di un Freud corruttore dei costumi e foriero di decadenza.

Riduttivo: ci vuole un bel fegato per sopportare, senza ridere o senza spaventarsi, l’interpretazione quasi poliziesca che Onfray dà del bel principio di Nietzsche, che pure conosce meglio di chiunque altro, secondo cui una filosofia è sempre una biografia criptata o mascherata (grosso modo: se Freud inventa il complesso di Edipo è per dissimulare i pensieri pieni di rancore che nutre nei confronti del suo gentile papà e per riciclare le turpi pulsioni che prova verso sua mamma). Puerile: il rimpianto di non aver trovato, nelle «seimila pagine» delle opere complete di Freud, la «schietta critica del capitalismo» che avrebbe riempito di soddisfazione Michel Onfray, creatore dell’università popolare di Caen. Pedante: le pagine in cui Onfray si chiede con gravità quali debiti inconfessabili il fondatore della psicanalisi avrebbe contratto, ma senza volerlo riconoscere, verso Antifone di Atene, Artemidoro, Empedocle o verso l’Aristofane del Simposio di Platone. Ridicolo: è la pagina in cui, dopo oscure considerazioni sul probabile ricorso di Freud all’onanismo, poi un non meno curioso tuffo nei registri degli alberghi, «la maggior parte lussuosi», dove il viennese avrebbe protetto, per anni, i suoi amori colpevoli con la cognata, Onfray, trascinato da uno slancio da poliziotto della Buoncostume, finisce con il sospettarlo di aver messo incinta la suddetta cognata che, all’epoca, era giunta a un età in cui questo tipo di lieto evento si verifica, salvo nella Bibbia, molto raramente.

Il complotto: come nel Codice da Vinci (ma la psicanalisi, secondo Onfray, non è forse l’equivalente di una religione?), il complotto è l’immagine vagheggiata di giganteschi «container» di archivi sotterrati, in particolare, nelle cantine della Biblioteca del Congresso a Washington, alle cui porte veglierebbero milizie di templari, freudiani cupidi, feroci, astuti come il loro venerato maestro. Infine, il punto di vista del cameriere: è il metodo, sempre bizzarro, che consiste nel partire dalle presunte piccole debolezze dell’uomo (l’abitudine freudiana di scegliere egli stesso — chissà perché! — il nome di battesimo dei figli «sulla base della propria mitologia personale»), dalle sue non meno presunte stranezze (sete di gloria, ciclotimia, aritmie cardiache, tabagismo, umore oscillante, piccole prestazioni sessuali, paura dei treni: non invento nulla, questo catalogo di «tare» si trova nel libro); eventualmente dai suoi errori (come la dedica a Mussolini, da sempre nota, ma che Onfray sembra scoprire e che, estratta dal contesto, lo fa sprofondare in uno stato di grande frenesia) per dedurne la non validità della teoria nel suo insieme. Onfray raggiunge il colmo quando, alla fine del libro, ricorre addirittura al testo di Paula Fichtl, cioè ai ricordi di colei che fu la cameriera, per cinquant’anni, della famiglia Freud e poi dello stesso Sigmund, per denunciare le relazioni dell’autore di Mosè e il monoteismo con il fascismo austriaco. Tutto questo è desolante. Mi riesce penoso, in tutti i sensi del termine, ritrovare in tale tessuto di banalità, più stupide che malvagie, l’autore di libri — fra gli altri Il ventre dei filosofi (Rizzoli, 1989) — che vent’anni fa mi erano parsi così promettenti. La psicanalisi, che ha visto ben altro, si rimetterà. Quanto a Michel Onfray, ne sono meno sicuro.

Bernard-Henri Lévy
(traduzione di Daniela Maggioni)
(29 aprile 2010) – Corriere della Sera

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Filed under: psicologia

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