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Mario Tobino lo psichiatra anti-basagliano

6 giugno 2010

Nel centenario dalla nascita di Mario Tobino mi piace ricordare la figura dello psichiatra, poeta e scrittore.Il medico Tobino  ha avuto la sorte di vivere e di essere testimone delle tre fondamentali epoche storiche che caratterizzano la psichiatria e quella italiana nello specifico.

Gli anni della laurea, della specializzazione e del lungo dopoguerra, sono quelli in cui la psichiatria è, salvo i contributi apportati dalla psicoanalisi, ma in ambito specifico e non prettamente scientifico, sostanzialmente quella del secolo precedente, una psichiatria manicomiale, nella quale agli psichiatri, vere Cenerentole della medicina, in assenza di strumenti terapeutici validi ed efficaci, era riservato il compito di diagnosticare e descrivere le malattie mentali nelle loro caratteristiche e nella loro evoluzione e, ahimè, solo custodire i malati di tali gravi malattie, in ambienti adatti, i manicomi, ove ci si potesse prendere cura di loro, evitando soprattutto che nuocessero a se stessi, o agli altri. Di più non era dato fare, dalle conoscenze di allora.

Unico strumento veramente terapeutico, era il tanto famigerato elettroshock, inventato a Roma da Cerletti e Bini e che, lungi dall’essere lo strumento di tortura che si vorrebbe far credere, e nonostante i moltissimi pregiudizi frutto di ignoranza, continua a salvare vite umane ed essere un valido mezzo terapeutico in situazioni specifiche, quando e dove lo si può ancora usare, ad esempio nei paesi anglosassoni e nella civilissima Europa, meno che in Italia, naturalmente, ove il pregiudizio regna sovrano.

Questa situazione di drammatico immobilismo e di impotenza terapeutica nei confronti della patologia psichica fu interrotta quasi miracolosamente nel 1952, quando fu scoperto, per caso, il primo psicofarmaco, la cloropromazina, attiva sui deliri, le allucinazioni, lo stato di grave agitazione della schizofrenia e di altre patologie psichiche altrettanto gravi e fino a quel momento totalmente incurabili.

Il 1952 annus mirabilis segna lo spartiacque tra una psichiatria solo istituzionale e di custodia ed una psichiatria finalmente terapeutica, che per la prima volta nella sua storia dispone, come le altre branche della medicina, di farmaci, di medicine efficaci atte a curare le malattie psichiche fin qui lasciate, abbandonate alla loro naturale evoluzione.

A questo punto la strada era aperta e l’armamentario terapeutico degli psichiatri si arricchì ben presto, di altri farmaci analoghi al primo e con le stesse indicazioni terapeutiche, cui venne dato il nome di neurolettici. Poco dopo anche il destino di altri malati psichici, altrettanto sofferenti nell’animo e nel corpo, sarebbe cambiato, con la sintesi di farmaci atti a curare e a guarire un’altra patologia altrettanto seria e causa di acuto e grave dolore: la depressione.

Non è retorica affermare che i farmaci antidepressivi restituirono il sorriso ai pazienti depressi, restituendoli alla vita e anche agli psichiatri che, per la prima volta avevano in mano uno strumento valido ed efficace per curare e guarire i pazienti depressi che si rivolgevano loro chiedendo aiuto, nei confronti dei quali nulla prima potevano, se non la umana vicinanza e comprensione.

Per ultimo furono sintetizzate, negli anni ’60, le benzodiazepine, sostanze dotate di una attività specificatamente ansiolitica e miorilassante. L’uso terapeutico degli psicofarmaci mutò radicalmente l’attività degli psichiatri, che non si risolveva più nella diagnosi e nella descrizione dei sintomi delle malattie, ma anche e finalmente nella cura di esse. Ancor di più, l’avvento degli psicofarmaci e solamente quello, mutò radicalmente l’aspetto esteriore e interno dei luoghi di cura, dei manicomi, prima solo ambienti di custodia degli sfortunati malati, che una volta entrati in essi, raramente ne uscivano, ora finalmente e per la prima volta ospedali nel senso moderno del termine, ossia luoghi ove le malattie vengono curate, nella migliore delle ipotesi anche guarite e nei quali si entra, ma si esce anche.

L’avvento degli psicofarmaci e solamente di quelli, lo ripeto senza spunti polemici, ma con forza e convinzione, permise la nascita di una nuova logica, di una nuova filosofia nei confronti della malattia mentale e quindi nella cura di questa, ma anche nella prassi di assistenza dei malati, che per la prima volta non erano più, come detto prima, solo custoditi, ma anche curati e a volte guariti.

Scomparvero le gravissime crisi di agitazione nei malati più seri, distruttive ed autodistruttive, impressionanti per chi vi assisteva, contenute dai farmaci e non più da “strumenti di contenimento” non certo felici e gradevoli a vedersi, ma unico rimedio possibile per evitare danni peggiori; si risolvevano le crisi e i deliri melanconici nelle gravi depressioni endogene, si scioglievano i deliri dei pazienti schizofrenici e si allentavano le allucinazioni di questi. Cominciarono a scomparire le dizioni macabre di “reparto agitati”, “reparto violenti”, le stanze con le pareti imbottite e tante altre immagini iconografiche, che purtroppo ancora sono lungi da scomparire nella fantasia collettiva, ancora propensa ad identificare gli psichiatri come sadici torturatori di inconsapevoli vittime, piuttosto che medici come tutti gli altri, mossi dagli stessi intenti e animati dallo stesso desiderio di essere di aiuto, ma dedicatisi, per loro scelta e vocazione, alla cura di malattie fino a quel momento purtroppo incurabili e dall’aspetto e dalle manifestazioni inquietanti e spesso sconvolgenti.

Alcuni malati poterono essere dimessi ed affidati alle famiglie, altri, che in tempi precedenti avrebbero necessitato di un ricovero, ora potevano essere curati in casa e, parallelamente al mutare della malattia e delle possibilità terapeutiche nei confronti di questa, cominciarono a mutare le logiche terapeutiche ed assistenziali nei confronti dei malati stessi e così anche l’organizzazione interna degli ospedali psichiatrici, alias manicomi, che certamente avrebbero avuto una loro naturale e logica evoluzione, come è avvenuto in tutti gli altri paesi, se in Italia, e solo in essa, non si fosse sviluppata ed instaurata una vera e propria “rivoluzione psichiatrica”, che nulla ha da invidiare alla meglio nota rivoluzione francese, almeno per quanto riguarda il “terrore” e le vittime innocenti che esso fece, per quanto concerne il dominio ed il deleterio prevalere dell’irrazionalità e delle spinte emotive, del più bieco fanatismo sul controllo ed autocontrollo razionale, che invece sempre dovrebbe prevalere, quando si compiono scelte importanti e dalle grandi conseguenze.

Nacque alla fine degli anni ’60, inserito nel contesto del non autoctono e importato ’68, il cosiddetto movimento dell’antipsichiatria, un’ideologia politica e come tale non certamente scientifica, che partendo dall’assurdo presupposto che la malattia mentale non esiste, ma è il prodotto delle distorsioni e della crudeltà della società capitalistica, che i “matti” sono le vittime di questa società responsabile di aver inventato i manicomi per rinchiudere ed escludere i dissidenti, giunge inevitabilmente e conseguentemente alla pretesa e alla volontà di chiudere i manicomi e di “liberare i matti” in essi rinchiusi e prigionieri.

Mario Tobino compie il proprio dovere, assumendo una posizione netta e precisa, chiara ed inequivocabile, unica e solitaria, ed è qui che si evince il significato di “coraggioso”, in esplicita, chiara, evidente, coraggiosa opposizione con l’ideologia corrente, con la follia della chiusura dei manicomi, con la assurdità di una legge che chiudeva gli ospedali psichiatrici, senza sostituirli con strutture alternative, che esistevano solo sulla carta, ma non sono mai state realizzate, lasciando i pazienti abbandonati a se stessi e al loro destino. (www.attimo-fuggente.com)

Lo scrittore nacque a Viareggio dove trascorse infanzia e adolescenza. Studiò medicina a Bologna e, in seguito, esercitò la professione in vari manicomi. Le opere famose: Il figlio del farmacista (1942), Il deserto della Libia (1951), Le libere donne di Magliano (1953), Il clandestino (1962), Per le antiche scale (1972). Dopo la sua morte è stata pubblicata la raccolta di scritti di natura autobiografica: Una vacanza romana (1992). Vinse molti premi letterari quali lo Strega, il Campiello , il premio Viareggio.

Le prime immagini che mi assalgono sono iconografiche: L’incubo di Füssli, Paolo e Francesca di Blake, Ofelia di Millais, i pazzi di Géricault, immagini di una follia (anche quella amorosa) che Tobino si è sentito di descrivere: «Che frequentavo la pazzia erano già numerosi anni, mi sembrò di conoscerla, di poterla umanamente dire».

Un grande scrittore francese, Louis Fèrdinand Celine nel Voyage au bout de la nuit affermò che l’uomo, nella sua intima verità, affiora soltanto in guerra e nella malattia. Credo che Tobino abbia utilizzato lo stesso paradigma. I suoi libri migliori parlano del vuoto, del tempo vuoto o esasperato del manicomio, del tempo vuoto della guerra e del deserto. Il deserto della Libia è il romanzo più poetico dell’autore. Sono sufficienti alcune citazioni: «La luna, per la trasparenza dell’aria, sembrava più vicina alla terra…e quel silenzio matematico che regnava per il semicerchio dell’assedio…»

Parole ripetute in poesia:

Ormai tra queste tende
camminiamo malsicuri passi
tra buche, sospetto di scorpioni
e il ghibli dal suono opaco
parlammo tra queste tende
senza piacere…

«…le case sparse sono altrettanti templi dell’amore, hanno lungo i fianche della porta d’entrata un arabesco di marmo corroso. Al di là di quello si amarono generazioni. Nell’oasi l’amore è politica, il fatto, la religione, il segreto. Per questo gli arabi odiano gli stranieri. Amare le donne per gli arabi è amare il tempo».

Ne L’Africa di Tobino Giuliana Rigobello scrive: «Il deserto coi suoi due volti si presta ad accogliere due facce della personalità dell’autore; la sensualità ardente e l’immaginazione sbrigliata da una parte, la penosità e l’eticità dall’altra, fare da raccordo la calda adesione alla vita, l’apertura verso gli altri, il sentimento della libertà, il pungente senso critico».

Ma esiste un altro, più intimo deserto: la pazzia. Nelle Libere donne di Magliano, Mario Tobino annota, giorno per giorno, la sua vita in manicomio. Lo scrittore visse una forte polemica con gli esponenti dell’antipsichiatria italiana, documentata da alcuni articoli comparsi sul «Resto del Carlino» negli anni ’70, svelando quasi una sorta di affezione al manicomio, microcosmo ricco di disperazione e di inesplosa umanità.

Tobino, di fatto, riscrisse la prefazione alla luce dell’evoluzione sia farmacologica che terapeutica della cura: «… accade che un uomo infuriato entra in manicomio e con poche pasticche, già al secondo o terzo giorno si placa, fa come un tizzone immerso nell’acqua, che frigge e fuma, ma non più sfavilla l’incendio. E può accadere – non sempre, con discreta frequenza – che spesso si ricostituisce, si stabilizza, torna ritto in piedi ed esce come un uomo dal cancello dell’ospedale. Questo è uno dei più fortunati, che ha incontrato il suo preciso psicofarmaco. Ma altri, tanti altri, sulla soglia del manicomio, sembrano già guariti e non lo sono. Per questi il medico non imbroccò, ancora è tutto empirico. Gli psicofarmaci ebbero il potere di rompere le nebbie, non di purificare tutto. (…) io in qualche giorno anche recente ho sentito gravare sull’ospedale un silenzio sospeso, come di vana attesa, come si fosse riusciti a portare i malati sulla soglia della nostra libertà, ma poi era tutto inutile, non si riusciva a portarli al di là, dar loro le ali, far battere tranquillo e sicuro il corso del loro pensiero».

Al di là delle svariate filosofie sulla follia (desidero ricordare l’umana, poetica interpretazione di Eugenio Borgna, anch’egli direttore per molti anni del manicomio di Novara, nel libro Malinconia edito da Feltrinelli), l’autore ci fornisce nel suo libro una visione ricca di compassione neorealistica, di chi con i matti ha avuto a che fare ed ha cercato di intuire e addolcire le pene.

Le libere (ma di quale libertà?) donne di Magliano sono un corridoio di ritratti, uno dopo l’altro, i quadri di un’esposizione a volte lirica, a volte violenta, di un’incompatibilità con il mondo di fuori, per troppa delicatezza o realtà eccessiva. Il delirio femminile appare e scompare in quelle figure, quasi ombre, che appaiono e si celano, per poi riaffiorare nel ricordo, pure ninfee, con il corpo di Ofelia. le donne amano troppo, è per amore che finiscono tra le mura…

Attraverso il linguaggio Tobino prova a penetrare quel mondo disgregato e incoerente, cui il manicomio, con i suoi riti tenta di offrire un ordine, seppur precario. Il romanzo Il calndestino è il tema della guerra, un tributo alla Resistenza, dove si racconta di un gruppo di giovani che per combattere il fascismo si nascondono a condurre una vita linbica e sotterranea. «…noi siamo dei romantici, ci battiamo con i mezzi che abbiamo…».

Di nuovo una visione romantica dell’esistenza e della letteratura, appena temperata da un realismo quasi obbligato, sofferto dalla scrittore consapevole che l’arte non può essere cronaca storicistica, ma deve innalzarsi in forza e leggerezza dal dato storico.

Il tema della follia (anche la guerra lo è) torna qualche anno dopo in Per le antiche scale con una trama largamente utopica: «Abbiamo trovato la causa della schizofrenia…basta un sangue di schizofrenico. Noi abbiamo fatto vetrini su vetrini. In tutti gli strisci splende uno o più di questi globuli di intenso nero…»

Come dimenticare il Dottor Pascal di Émile Zola? Il Dottor Pascal studia l’ineluttabile ereditarietà nella malattia mentale: «Completamente spalancato, l’immenso armadio di quercia del secolo scorso, scolpito e con guarniture belle e forti, mostrava sulle assi nella profondità dei fianchi, uno straordinario ammasso di carte, di fascicoli, di manoscritti che si accumulavano, traboccando alla rinfusa. Da più di trent’anni il dottore vi gettava dentro tutto quello che scriveva, dalle brevi note ai testi completi dei grandi lavori sull’eredità».

La bestia umana di Zola in Tobino si illumina di luce propria, ha una sua dignità. Resta il mistero dell’uomo di fronte all’ignoto, sia esso virus, deserto, dolore, abbandono, delirio, guerra, passione amorosa, mare di Viareggio, luna d’agosto, mistero incantato davanti al quale i folli e i sani provano lo stesso senso di vertigine.

Fu alla curva davanti a quel paesaggio tante volte contemplato: discende un valloncello e poi c’è una collina che monta e che ha sulla cresta, lungo tutto il suo arco, proprio sulla cima, una fila di alberi distanti tra loro pochi metri. Si vedono sorgere dalla terra, salire col fusto, le braccia dei rami, il tremolio delle foglie e il cielo è intrecciato a loro sin dalle radici, tra i fusti, i rami, le foglie. È come se il celeste conversasse con le piante, in intimità, e intanto si eleva maestoso. Le piante hanno intorno soltanto cielo; sono abbracciate da quello. È un paesaggio che sempre mi commuove.

È lo sguardo di Mario Tobino al paesaggio che circonda il manicomio di Magliano, in provincia di Lucca, a pochi mesi dalla pensione, dopo che quel luogo di follia era stato la sua casa, oltre che il luogo della sua professione di psichiatra, per quarant’anni. Lo scrittore, nato a Viareggio nel 1910, dedicò tutta la sua vita, a parte il servizio militare in Libia, ai matti, come amava chiamarli senza eufemismi. Non si sposò mai e abitò in due stanze del manicomio. Due le scrivanie: una per le cartelle cliniche, l’altra per il suo lavoro di scrittore, in cui i freddi documenti si animavano di poesia, di denuncia, di compassione. Nascono qui i suoi romanzi più belli e più amati dal pubblico. Per le antiche scale, Le libere donne di Magliano, Gli ultimi giorni di Magliano.

Combatte la sua battaglia solitaria contro «Psichiatria democratica», che nega alla follia diritto di cittadinanza, relegandola a semplice prodotto della società capitalista, privandola della sua componente biologica e misteriosa. L’infermiere Scipioni lo sprona: Ma lei perché non li difende questi abbandonati? Perché non ne scrive sui giornali, perché non gliela dice chiara, che basta con le mode, li lascino in pace questi qui, anche loro sono creature umane, li lascino tranquilli, questa è la loro casa.

Allora Tobino cerca alleati, scrive. Isolato come retrivo, assiste al graduale smantellamento del manicomio, all’abuso degli psicofarmaci, all’abbandono di tanti malati sul territorio, alla loro morte senza alcuna assistenza. E deve cedere all’avvento della legge 180: l’ideologia è più forte e non chiude solo i manicomi, impedisce quella compassione, quella vita comune in cui il dolore viene arginato e seguito giorno dopo giorno.

Nascono dall’indignazione e dalla tenerezza di Tobino le storie vere di tanti matti, celate sotto il velo del segreto professionale, guardati con gli stessi occhi con cui guarda il paesaggio collinare: tronchi di vite umane intrecciati con l’azzurro del mistero, che prende spesso i toni cupi delle allucinazioni, delle fobie, della malinconia, ma vede talvolta anche il miracolo della remissione o della lenta risalita dal fuoco delle crisi. Tutto questo è il materiale dei libri in cui viene documentata la dedizione degli infermieri e delle suore, dei medici e del personale, i loro errori, le loro liti, le loro diversità nell’assistenza dei pazienti.

Ma la protagonista è la malattia mentale, una per ogni malato, imprevedibile e, violenta o sedata, sempre impenetrabile. (da  www.ilsussidiario.net)

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Filed under: psicologia

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5 Comments Lascia un commento

  • 1. cembaloscrivano  |  28 marzo 2012 alle 00:01

    Le libere donne di Magliano è, purtroppo, un libro fin troppo dimenticato della letteratura italiana (nelle antologie, così come nelle letture scolastiche consigliate)

  • 2. Giovanni  |  16 aprile 2018 alle 14:52

    Ho lavorato 50anni sulle ambulanze di Torino, ho visto da vicino cosa accadeva nei manicomi. L’orrore di Villa Azzura dove i bambini erano legati mani e piedi nei loro escrementi. Nel manicomio femminile di Savonera una ricoverata in un’intervista disse: potrei riconoscere ogni infermiere senza vederlo in faccia solo guardandogli il pene.

  • 3. Mario Franceschini  |  13 maggio 2018 alle 22:59

    Mario Tobino è stato un grande contemplatore della bellezza della malattia mentale.

  • 4. Mario Franceschini  |  13 maggio 2018 alle 23:19

    Mario Tobino è stato un grande contemplatore della bellezza della malattia mentale. La bellezza della natura selvaggia e irrefrenabile.

  • 5. Mario Franceschini  |  14 maggio 2018 alle 00:18

    Quale sarà mai il recondito collegamento fra “l’impotenza terapeutica nei confronti della patologia psichica” (prima del 52), il costringere a vivere negli escrementi e la fisionomia dei peni? Il legame non sembra del tutto ovvio. Anzi, qui forse non di vera “impotenza” si tratta. Ma allora si può sapere in che cosa consisteva il lavoro degli psichiatri (contemplazione e lavoro letterario a parte)?

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