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chi era Franco Basaglia?

8 giugno 2010

Per parlare un po’ di Franco Basaglia vi propongo un Piccolo vocabolario per cercare di “capire l’incomprensibile”

A come Antipsichiatria: è questo un orientamento che si sviluppa in contrapposizione alla psichiatria tradizionale, di cui mette in discussione, fino a sconfessarle, le pratiche e le metodologie utilizzate. Il termine “antipsichiatria”, coniato dal medico anglosassone David Cooper nel 1967, raggruppa posizioni critiche, anche tra loro dissimili: da chi riconosce l’esistenza della malattia mentale e ne ribalta però l’approccio eziologico (avvenimenti, motivi, variabili causali), a chi teorizza la negazione stessa della malattia psichica, in quanto espressione di un modo diverso, e del tutto legittimo, di concepire la realtà. Se da un lato, dunque, per alcuni l’antipsichiatria assume il significato di una prassi terapeutica alternativa, che si inserisce in un percorso di studi e ricerche a valenza scientifica, per altri diviene addirittura disconoscimento della psichiatria come scienza medica. Le diverse prospettive del movimento antipsichiatrico hanno come punto di sintesi la critica nei riguardi delle pratiche terapeutiche introdotte nei manicomi a partire dagli anni Trenta, quali elettrochoc, lobotomia o leucotomia, e la disapprovazione dell’uso o abuso di psicofarmaci somministrati ai pazienti, a partire dagli anni Cinquanta, quando vennero messi a punto i primi antipsicotici. In questo clima cresce anche l’opposizione all’internamento dei malati in ospedali psichiatrici, considerati alla stregua di veri e propri luoghi di detenzione.

B come Basaglia Franco: veneziano di origine, medico psichiatra di professione, è l’uomo alla cui instancabile attività è legata la chiusura dei manicomi in Italia. Siamo negli anni Settanta, periodo di accesi dibattiti e contestazione sociale. Basaglia si avvicina all’antipsichiatria anglosassone, ne condivide il rifiuto dell’emarginazione sociale del malato di mente. Inizia così la sua battaglia nel manicomio di Gorizia, che dirige dal 1961 al 1968 e trasforma in una comunità terapeutica. I malati, sottoposti a terapia farmacologia, anche di una certa intensità, e a pratiche invasive, divengono per la prima volta titolari di diritti e sono posti al centro del percorso di reintegrazione sociale, che coinvolge anche l’istituzione famiglia. Basaglia sperimenta un nuovo metodo di cura per cui il rapporto tra medico e paziente si trasforma in una relazione tra persone. Elimina qualsiasi forma di contenzione fisica, dalle camicia di forza, all’isolamento nei reparti, fino alle terapie di tipo elettroconvulsivo, che inducono il coma nei pazienti. Egli incentra le cure mediche sul recupero, piuttosto che sulla repressione della socialità del malato, che viene dunque stimolato a mantenere i rapporti con il mondo esterno, coinvolto in attività lavorative – riconosciute e retribuite – e impegnato in laboratori ricreativi. Nel gennaio del 1977 Franco Basaglia, insieme all’allora Presidente della Provincia di Trieste Michele Zanetti, annuncia la chiusura dell’ospedale psichiatrico di Trieste. L’anno successivo, tra forti perplessità, timori ma soprattutto speranze, viene emanata la legge n. 180, detta legge Basaglia, che dispone la chiusura dei manicomi.

C come Chiusura dei manicomi: è questa la rivoluzione della legge Basaglia, sotto l’aspetto medico-scientifico, terapeutico e sociale. La l. 180 accoglie, infatti, le teorie e l’orientamento terapeutico sostenuti da Basaglia. Nell’art. 1, la legge disciplina “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, e per questi ultimi sancisce l’obbligo di metterli in atto “nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione, compreso per quanto possibile il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura”. Queste considerazioni si applicano anche ai pazienti affetti da malattie mentali, per i quali, come si evince dal successivo art. 2, è prevista la cura in “condizioni di degenza ospedaliera solo se esistano alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall’infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive e idonee misure sanitarie extra ospedaliere”. In questi due articoli è ben definita l’impostazione innovativa, volta a trattare il malato di mente alla stessa stregua degli altri malati, ovvero senza distinzioni, in precedenza per lo più sfociate in vere e proprie discriminazioni. In altri punti la legge è in linea con l’approccio terapeutico basato sull’integrazione sociale, per cui il malato di mente non deve essere più relegato ai margini della società. L’art. 7, infatti, per evitare al malato lo sradicamento dal proprio contesto trasferisce alle regioni la competenza dell’assistenza ospedaliera psichiatrica e il coordinamento “dell’organizzazione dei presidi e dei servizi psichiatrici e di igiene mentale con le altre strutture sanitarie”. Come aveva osservato lo stesso Basaglia, a proposito dell’emarginazione del malato di mente “Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica la scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla”. La società stessa, dunque, per definirsi sana e sancire così la propria “normalità” nega le contraddizioni endogene e rifiuta qualsiasi forma di “diversità”. Questa era stata la logica alla base dell’istituzione del manicomio. Ancora, l’art. 7 fa espresso divieto di costruire nuovi ospedali psichiatrici, di utilizzare quelli esistenti come divisioni psichiatriche di ospedali generali nonché di istituire negli ospedali sezioni o divisioni psichiatriche. Fino all’approvazione della legge Basaglia l’esistenza dei manicomi trovava giustificazione nella pericolosità attribuita ai cosiddetti “alienati”, considerati e trattati spesso come delinquenti. Il manicomio non ha più ragion d’essere in quanto cambia l’approccio concettuale e teorico, ancor prima che quello medico e terapeutico, alla malattia mentale. Nel 1994 termina il lungo processo, avviato dalla l.180, che porta alla chiusura dei 144 manicomi italiani.

D come Disturbo mentale: Dal surrealismo di André Breton, che propone il superamento della distinzione tra normalità e follia, ai crimini commessi in nome di una scienza che si è assoggettata alla follia politica del nazismo (l’Aktion T4, il programma di sterminio avviato nel 1939 da Hitler nei confronti di uomini le cui vite erano ritenute indegne di essere vissute, perché “mentalmenti morti” o in quanto disabili), fino alle denuncie degli abusi e soprusi perpetrati nei manicomi si snoda il percorso storico e socioculturale che porta alla nascita di un movimento antipsichiatrico i cui principali esponenti sono Allen Esterson, David Cooper e Ronald Laing. Nel nostro Paese è Basaglia a dare voce a questi orientamenti maturati nel mondo anglosassone, alla base dei quali vi è una diversa prospettiva sul disagio psichico. Esso diventa, infatti, manifestazione di un disturbo che può scaturire da un trauma subito dal paziente o da cause afferenti alla sfera comportamentale, come conseguenza di un’alterazione relazionale che germina dalla stessa società o dal contesto familiare.

Da www.ristretti.it/areestudio/salute/mentale/mentale_bianchino.pdf

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Filed under: psicologia

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