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Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura – La doppia seduzione – ricordo di Francesco Orlando

24 giugno 2010

E’ mancato recentemente un grande intellettuale italiano, unico allievo di Tomasi di Lampedusa, e profondo conoscitore della psicoanalisi di cui ricordo oltre al voluminoso saggio intitolato Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura – Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti il suo primo romanzo dal titolo La doppia seduzione, pubblicato recentemente. Molto interessante l’articolo di Francesca Borrelli che vi propongo:

UN ILLUMINISTA RADICALE IN ASCOLTO DELL’INCONSCIO
Orlando TRA MARX E FREUD
Il grande francesista e teorico della letteratura, allievo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, è morto ieri a Pisa. I suoi studi si sono svolti sotto il segno della psicoanalisi, dello storicismo marxista, e dello strutturalismo linguistico. Esordì con una analisi della Fedra di Racine e terminò il suo percorso saggistico indagando la presenza degli oggetti desueti nelle opere letterarie. La scrittura di un romanzo lo tentò quando era ventenne, ma saggiamente ne rimandò la pubblicazione per oltre cinquant’anni
I modi straordinariamente gentili di Francesco Orlando, uno dei più importanti critici italiani del secondo dopoguerra, rivelavano al tempo stesso la sua grazia e la sua determinazione nel difendere idee radicate in una mole di letture a dir poco straordinaria, le cui fonti teneva ordinate in una magnifica libreria, indimenticabile per chi ha avuto la fortuna di consultarla, perché era organizzata secondo una logica rigorosamente freudiana. Vale a dire che gli autori erano affiancati gli uni agli altri non a partire dalla lingua, né dalla appartenenza geografica, e nemmeno dalla disciplina nella quale si erano espressi: ciò che comandava era la loro data di nascita. E così, nella biblioteca di Orlando, musicisti, filosofi, romanzieri, poeti, scienziati si ritrovavano fianco a fianco, perché ciò che più lo interessava era risalire agli anni in cui si era formato il loro immaginario.
«Ha mai riflettuto – mi disse un giorno in cui lo andai a trovare nella sua vecchia casa di Pisa – al fatto che nello stesso anno, il 1882, sono nati Virginia Woolf, Joyce, Melanie Klein, Stravinskij? E, ancora, guardi alla data 1770: è l’anno in cui sono nati Wordsworth, e con lui il romanticismo inglese, Beethoven del quale ho tutte le partiture, poi Hölderlin e, ancora, Hegel». Una simile concentrazione di talenti non sarà mica casuale, intendeva dire. E dunque bisognerà andare a indagare quali elementi possono essere entrati nella formazione delle loro fantasie precoci, e da lì si risalirà allo spirito del tempo. Francesco Orlando diceva di attribuire la sua ostinazione analitica all’abitudine di leggere le partiture: «nasce da qui la mia esperienza di demistificazione dell’ineffabile, di decodificazione di ciò che si vorrebbe ascrivere al dominio dell’irrazionale. È stata la musica a insegnarmelo, prima ancora che entrassi nel cerchio magico della psicoanalisi».

Dopo un intervallo di dieci anni
L’appello dei suoi numi tutelari corrisponde ai nomi di Freud, Marx, Saussure, ed è tra le coordinate di questa triade che per anni si è svolta la sua investigazione letteraria, quella che lo ha portato a pubblicare Due letture freudiane: Fedra e il Misantropo, Per una teoria freudiana della letteratura, Illuminismo e retorica freudiana. Non è un caso che avesse esordito dedicandosi alla Fedra di Racine, un personaggio lacerato tra il proprio senso del diritto, la coscienza del dovere e una passione devastatrice, che si afferma al di sotto del suo super-Io morale. Letta in chiave strutturalista, l’opera diventava simile a un campo di forze, e la collaborazione simultanea di tutti gli elementi indagati concorreva a illustrare la fiducia nelle possibilità di scongiurare il trionfo dell’irrazionale.
Un intervallo di dieci anni fu poi necessario a Orlando per mettere insieme quello che resta l’ultimo suo grande saggio, pubblicato da Einaudi – come già gli altri libri – sotto il titolo Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Oltre trent’anni di schedature si riversarono in questa sorta di inventario ragionato dei manufatti inutili ai quali la letteratura dedica innumerevoli digressioni: oggetti privati della loro originaria funzionalità, invecchiati, apparentemente superflui, che i classici sembrano prediligere, quasi corteggiare quando è necessario allentare la trama, differire a oltranza la risoluzione del climax. Fu per parlare di questo saggio singolare che lo andai a trovare, più di quindici anni fa, e ascoltai da lui parole che oggi non hanno perso nulla dello smalto restituito dalla sua viva voce, perché le sue tesi condividono l’intramontabilità della grande letteratura. Quanto ai referenti della sua attitudine interpetativa – il marxismo e la psicoanalisi – li esplicitò nel celebre carteggio scambiato con Sebastiano Timpanaro, definendoli «i due soli materialismi perfetti, coerenti, complementari». Amava rivendicare la sua radicalità di illuminista, attento tuttavia a smarcarsi dalle connotazioni più triviali che gli studenti paventavano: quelle implicate in una discesa del sapere dall’alto, arbitraria e prepotente come lui non si sarebbe mai sognato di essere.
Quel che gli stava a cuore era militare per una razionalità pronta ad accogliere anche ciò che, in prima istanza, si presenta come illogico. Inoltre – diceva – «sono affezionato al termine illuminismo per motivi che riguardano il rapporto con la divisione del lavoro, almeno nel campo di cui mi occupo. Un atteggiamento non illuministico, per me, è quello che finge di credere, in perfetta malafede, che possano esistere cose comprensibili soltanto agli specialisti, ai tecnici. Io ho l’impressione che sia questione di mediazioni, più si è lontani da una certa specializzazione culturale, maggiore sarà il numero degli accorgimenti verbali necessari a aprire le pieghe in cui si nasconde il significato».
Non a caso, la sua indagine letteraria per recuperare nei testi le descrizioni degli oggetti caduti in disuso – effettuata su circa seicento libri dei quasi mille schedati – si era concentrata sulle opere scritte tra il tardo ‘700 e i primi dell’800, in coincidenza con la rivoluzione industriale inglese e la rivoluzione politica francese. «Nel momento di massima apoteosi sociale della merce, la letteratura risponde esibendo la sua preferenza per l’inutile ciarpame, popola le sue immagini di splendide digressioni riservate all’antimerce». E, dunque, nell’ultimo grande libro di Orlando, emergono dalla pagina, come restituiti a una inedita consistenza, centinaia di fruttificazioni di un grande albero semantico. Ci sono per esempio, tutte quelle immagini che rimandano alla caducità umana: di preferenza monumenti, che sulla base del contrasto tra la loro grandiosità di un tempo e il loro stato di rovine diventano occasioni per riflettere sulla transitorietà che investe ogni cosa. Al polo opposto sta la categoria degli oggetti piccoli e modesti, in cattivo stato di conservazione, che con la loro mancanza di decoro si prestano al riso, e fanno parte della categoria comica per eccellenza. E finalmente la dimensione storica entra in modo decisivo in un terzo gruppo di immagini, quelle di oggetti al tempo stesso monumentali e degradati, che portano a riflettere sul concreto declino di un regime, di un insieme di istituzioni politiche o religiose: è questa, per eccellenza, la categoria documentabile dopo la Rivoluzione francese. Quando invece al degrado manca qualunque pretesa di esemplarità, quando viene messa a nudo la sua sconvenienza e la sua mancanza di decoro, Orlando inaugura una categoria che definisce tra il logoro e il realistico: quella degli interni disfatti, del mobilio in cattivo stato, degli arredamenti ancora funzionanti dal punto di vista pratico, ma non più adeguati a un decoro di classe. Di queste immagini è piena la letteratura borghese: esse portano testimonianza della fondamentale instabilità sociale, immortalata in alcune celebri frasi del Manifesto di Marx. C’è, poi, l’ambito della memoria individuale, il feticcio dei ricordi privati: «quel che non avrei intuito prima di questa ricerca – raccontava Orlando – è che dalla dimensione del ricordo non esce una sola categoria di oggetti, ma due. Perché la memoria individuale può essere connotata non solo dalla tenerezza, ma anche da sentimenti di ripugnanza, da ossessioni di simboli sgraditi». E passava poi a sondare il campo del soprannaturale, gli oggetti magici privati della loro funzione originaria, a vantaggio di un loro uso simbolico; è questo l’ambito al quale va ascritta quella categoria di immagini, inaugurata dal romanzo gotico inglese di fine ‘700, cui era affidata l’impressione sinistra che precede il terrore.
Sotto il segno della cultura Orlando aveva poi messo quel gruppo di rappresentazioni al cui centro sta l’antiquariato, ossia quegli oggetti il cui aspetto esteticamente gradevole o prestigioso prevale sul loro essere sciupati e invecchiati. Al polo opposto, le immagini del kitsch, punto di arrivo di tutto il plesso tematico del libro, e in un certo senso pretesto per una condanna del nostro tempo. «Intendo per kitsch il prodotto di una più o meno violenta, o drammatica decontestualizzazione. Supponendo che ogni immagine di cose fisiche abbia un suo contesto appropriato nel tempo e nello spazio, tutto ciò che senza una adeguata consapevolezza culturale viene sbalzato fuori dal proprio habitat naturale si può considerare come esempio del kitsch rappresentato in letteratura».
C’è chi ha letto in questo monumentale lavoro di Orlando l’esemplificazione stessa di quella superfluità che egli si era ripromesso di indagare;  ma – ancora una volta – le coordinate entro le quali è iscritto questo libro trascendono l’eventuale pretestuosità del suo oggetto: l’aggancio storico politico sotto il segno di Marx, il referente semiotico-linguistico dello strutturalismo e un modello interpretativo riconducibile al freudiano ritorno del rimosso, che Orlando preferiva chiamare il represso, per estenderlo a contenuti non necessariamente inconsci e non specificamente individuali. Incoraggiato a ripercorrere la parabola di una vita dedicata alla interpretazione dei testi, la riassumeva così: «dall’epoca del mio primo ciclo di libri mi sembra sia passato molto più tempo di quello effettivamente trascorso.»

Il  declino della critica
«Gli anni ’80 hanno comportato una caduta di ideali e di utopie. Rispetto alla precedente ambizione interpretativa, e dunque conoscitiva dei testi, è allora che si sono affermate in Italia due tendenze apparentemente opposte e tuttavia perfettamente complementari: da una parte, quel tipo di pessimismo rivolto alla interpretazione e alla razionalizzazione del fenomeno letterario, che consiste nel considerarlo non solo inutile, ma persino non desiderabile; perché una interpretazione vale l’altra, perché non esiste alcun nucleo duro di consistenza oggettiva del testo, il quale non è nient’altro se non ciò che ogni lettore si crea da sé. E a fronte di questa fuga in avanti verso il molle, verso l’informe, il non articolato, il non razionalizzato, stava una tendenza apparentemente irrelata, ma perfettamente complementare: una nostalgia di epistemologie troppo forti per essere compatibili con lo studio di un fenomeno come la letteratura, ossia un massiccio e aggressivo ritorno di quello che era stato il positivismo di fine ‘800: il culto del dato preciso, del documento, l’adorazione di ogni atteggiamento convergente in quella operazione, peraltro sacrosanta, che è l’edizione critica. Ma il lavoro di interpretazione, ossia quello che ci permette di stabilire il nostro rapporto con il testo, restava ancora da cominciare, mentre nella attività filologica lo studioso di letteratura trovava il suo fine e la sua fine. Entrambi questi atteggiamenti si sottraggono a quello che per me è il compito per eccellenza degli studi letterari: aiutarci a leggere».
Dei dati biografici che sempre ricorrono quando si parla di Francesco Orlando, forse il più ricorrente è la lunga amicizia con Tomasi di Lampedusa, del quale fu per alcuni anni allievo prediletto. Lui lo ricordava così: «Lampedusa era uomo di letture sterminate e questo dato è tanto più significativo se lo si mette in relazione con la sua provenienza da una area socio-culturale periferica, com’è quella della Sicilia. Aveva la cultura di un apolide, non c’era nelle sue letture nessun primato della letteratura italiana. I classici stranieri avevano per lui un posto di primo piano, e questo forse proprio a causa della sua originaria separatezza socioculturale. Faceva parte di una condizione periferica alla quale anch’io mi sento di appartenere, alla quale devo il rapporto che ho stabilito con i classici francesi, inglesi, tedeschi. E può darsi che proprio queste letture si siano risolte, per me, nella adozione di un punto di vista il meno possibile nazionale».

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Filed under: psicologia

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