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Estate periodo di vacanze. Non per tutti.

7 luglio 2010

Vorrei proporre oggi qualche breve considerazione su chi in questo periodo di vacanza si trova in una condizione di malattia oppure in quella di dover assistere una persona malata.

La malattia, “lato notturno” della vita, infatti, non va in vacanza.

Molti si trovano, a causa di un evento traumatico o patologico, bloccati in un letto o in una corsia di ospedale, e molti hanno una persona amata in questa condizione.

Nel piccolo ed intenso volumetto “Ha senso la sofferenza?”, di Xavier Thévenot (Edizioni Qiqajon, 2009) si legge: “Solo quello che costruisce e libera l’essere umano redime. Ora, la sofferenza in sé non lo fa, di conseguenza non può redimere. Lo fa, invece, il modo in cui ciascuno cerca di umanizzare la propria vita, dentro le sue sofferenze”.

Thevenot, salesiano francese morto nel 2004 dopo una lunga e penosa malattia, ridiscute e ribalta una certa concezione religiosa che attribuisce alla sofferenza un senso ed un valore ai fini della redenzione dell’uomo. No, la sofferenza è un assurdo, un’esperienza disumanizzante.

L’unica cosa che possiamo chiederci è questa: dentro la sofferenza quale valore posso dare alla mia vita?

La malattia ci obbliga a ripensare la nostra vita e il senso che essa può avere nonostante il dolore o oltre il dolore. Per chi assiste, e si trova con la doppia ferita di toccare con mano la malattia di una persona cara e il dolore dell’impossibilità, può essere saggio riconsiderare la pausa di assistenza estiva come un momento necessario per ripensare le proprie priorità.

Accettando il rallentamento dei ritmi, la temporanea riduzione degli orizzonti di svago, cercando al contempo di mantenere da un lato degli spazi di riflessione, dall’altro comunque degli spazi di gioia e di ricarica fisica ed emotiva.

Segue qualche piccolo consiglio pratico per chi anche d’estate, anche in vacanza o alla soglia della vacanza assiste, e con dolore trascorre gran parte della giornata in ospedale.

È indispensabile tenersi ogni giorno uno spazio per sé.

Questo momento di ricarica deve essere fisico, corporeo (una passeggiata, una nuotata, una pedalata…) Perché la vita è movimento e il movimento è vita. Con il movimento ridiamo ascolto alle emozioni e alle tensioni accumulate, è una reazione che va nella direzione contraria al senso di fatica di perdita di energia, di impotenza che provoca l’assurdità della malattia.

Solo così la malattia e l’assistenza ad essa ci aiuta a comprendere l’imprevedibilità dell’esistenza, a riscoprire ciò che per noi è un valore, a vivere con passo leggero e a riscoprire il senso ultimo della vita.

Queste “vacanze alternative” potranno così donarci una capacità più profonda di comprendere noi stessi, una diversa disponibilità ed uno sguardo nuovo .

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Filed under: pensiamoci

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