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La schizofrenia al cinema

14 febbraio 2012

Con questo post continuano le riflessioni sulla sofferenza psichica. E’ interessante constatare come  spesso la rappresentazione che viene data delle persone affette da una patologia psichiatrica, non sia obiettiva e alimenti pregiudizi o fantasie piuttosto che un’autentica comprensione delle persone, dei loro pensieri e delle loro emozioni.

A. Wolfe in un bell’articolo su vice.com ci fa capire che il modo in cui hollywood ritrae la schizofrenia è semplicemente folle.   Sottolinea che il termine “schizofrenia” fu inventato poco più di un secolo fa dal famoso psichiatra svizzero Paul Eugen Bleuer per classificare una malattia mentale i cui sintomi includono allucinazioni visive e uditive, catatonia, paranoia e confusione mentale, nella speranza che avremmo smesso di definire “matto da legare” chiunque ne soffrisse e saremmo finalmente riusciti a trovare una cura. Nel tempo la scienza ha sviluppato dei rimedi per trattare questi sintomi, ma le cause di fondo sono ancora sconosciute, e la rappresentazione mediatica degli schizoidi è spesso superficiale ed estremamente negativa.

Qui di seguito sono riportate le considerazioni che quattro personaggi a cui sono state diagnosticate schizofrenia, bipolarismo e disturbi schizoaffettivi hanno fatto dopo aver guardato qualche film sull’argomento.  Wolfe ci ricorda che si tratta di persone perfettamente inserite all’interno della società: Curtis Plum è un rapper della Strange Famous Records; Erik Leavitt sta scrivendo un libro sulla sua esperienza con la malattia mentale; Otis Crook è un musicista, scrittore e artista; e Matt Bodett è un pittore.

 

STRANGE VOICES
Fin da quando fu trasmesso per la prima volta in tv, nel 1987, Strange Voices rappresenta il film di riferimento sul tema schizofrenia. Nancy McKeon (Jo de L’albero delle mele) interpreta Nicole, il cui sogno di diventare un architetto si infrange nel momento in cui il computer di suo padre inizia a parlarle. Per il resto del film, Nicole entra ed esce da ospedali psichiatrici e sperimenta diverse cure.

Otis Crook: Quello che mi da realmente sui nervi è che nel film non ci sono controlli di sicurezza. Nei veri ospedali si è sottoposti a stretta sorveglianza, è impossibile fuggire.

Erik Leavitt: Se ti viene diagnosticata una di queste malattie, le persone ti osservano, e la malattia, qualsiasi essa sia, diventa la causa di ogni tua azione. Mi ricordo di una volta, quando ero ricoverato in un ospedale psichiatrico, in cui durante il test di Rorschach fissavo le macchie d’inchiostro, e l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era: “Come sarebbe divertente se dicessi che tutte queste macchie mi fanno venire in mente me e mia madre che facciamo sesso”—praticamente una delle cose più freudiane che potesse uscirmi di bocca. Poi però mi sono accorto di come mi stessero esaminando, come valutassero ogni mia singola parola in cerca di un senso, e all’improvviso ho capito che mi trovavo in una zona dove l’ironia era bandita, dove una battuta del genere avrebbe potuto essere interpretata come una confessione o un sintomo di confusione mentale. Nel giro di una settimana ho smesso di essere la persona complessa che ero e sono diventato una caricatura. Nicole è quella stessa caricatura. Rappresenta la personificazione della malattia.

MANIAC!
In un buffet di sangue fatto di scalpi ed emorragie gastrointestinali, Maniac! è il ritratto di un serial killer, Frank, che va in giro a sviscerare sensuali donzelle. Che fantasia, eh. (Da vedere anche: Un natale rosso sangue, Bleading Lady, Nightmare…) In genere, gli individui affetti da un disturbo schizoide della personalità non hanno allucinazioni o paranoie (e infatti spesso c’è una somiglianza con autismo o sindrome di Asperger), ma Frank soffre di entrambe.

Erik: Il monologo nella testa di Frank è la sua stessa voce. Di solito è la voce di qualcun altro. E Frank è stranamente d’accordo con la voce nella sua testa, mentre uno schizofrenico o un malato mentale con sintomi di allucinazioni uditive avrebbe un atteggiamento ostile. Definire Frank uno “schizoide” avrebbe lo stesso senso dei bianchi benestanti che chiamano tutti i latini “portoricani” e non più “messicani” perché gli suona meglio e sembra politicamente corretto.

Otis: Odio quando la stampa sente il bisogno di scrivere che l’assassino era bipolare. Così facendo, accusano implicitamente gli schizoidi di essere propensi allo squartare donne per creare un fantasioso manichino che somigli alla defunta madre nonché ex prostituta.

Curtis Plum: Durante i miei ricoveri in ospedale, ho avuto tanti compagni di stanza bipolari e schizofrenici che non prendevano farmaci. Alcuni erano lontani anni luce dalla realtà—e spesso lo ero anche io—, ma non mi sono mai sentito minacciato. Non ho mai assistito a violenze, e dire che vivevamo in spazi ristretti e vigilati, con delle buone ragioni per sentirci incazzati. Per me, equiparare un comportamento da “pazzi” all’essere violenti non ha alcun senso.

THE CAVEMAN’S VALENTINE
Per qualche motivo, la Focus Features ha pensato che sarebbe stata una buona idea girare un film nel quale Samuel L. Jackson interpreta uno schizofrenico di nome Romulus che si improvvisa una specie di “Sherlock Homeless” (come lo definisce Erik) quando si trova coinvolto in misterioso caso di omicidio passionale omosessuale la cui risoluzione richiederà l’utilizzo delle sue doti di pianista classico. Sì, avete capito bene. La performance di Jackson è un continuo riferimento all’archetipo genio-folle, e le sue allucinazioni sono descritte attraverso scene nelle quali uomini neri dalla pelle unta danzano vestiti con ali bianche da falena. E Jackson ha davvero tante, tante di allucinazioni.

Matt Bodett: Prima che mi diagnosticassero la malattia sono andato da uno psichiatra, che mi ha fatto un test per cercare di capire quello che mi stava accadendo. I risultati del test erano normali, eccetto per il punteggio molto alto accumulato negli indicatori della schizofrenia. Lo psichiatra mi disse che per le persone creative ottenere simili risultati può essere normale. Ed è proprio lì che sta il problema con lo stereotipo del “genio folle”, come Romulus: da un lato è vero, dall’altro si tratta soltanto di un altro stereotipo che ci permette di creare un personaggio ai margini degli standard sociali.

Erik: La storia ci riporta alle vecchie teorie sulla follia, per cui in un modo o nell’altro un pazzo ha una chiara visione del mondo ed è in grado di capire le sue verità più profonde. Le visioni di Rom non lo ingannano mai. Gli rendono solo la vita più difficile, attraverso le sue responsabilità nei confronti della verità e della morale. Rom non è delirante, è un chiaroveggente. La chiaroveggenza è contemplata nel DSM [Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali]?

Curtis: Nel cinema, a volte, i disturbi mentali diventano dei doni. Pessimo tentativo. Prima di tutto, perché in questo modo si minimizza la malattia. In secondo luogo, un sacco di persone malate mentalmente non sono assolutamente creative. Forse quello del “genio folle” è un mito inventato da persone che non brillavano per creatività—del tipo: “Se solo avessi una magica malattia mentale.” Continuate a sognare.

A BEAUTIFUL MIND
Il Sacro Graal di tutti i film sull’argomento; la Bibbia degli sceneggiatori che vogliono parlare del lato sensibile della malattia mentale. I forum degli sceneggiatori hanno pompato in tutti i modi A Beautiful Mind tra i novellini, citandolo come l’epitome dell’esperienza schizofrenica.

Curtis: Quando soffrivo di allucinazioni, ero in qualche modo consapevole del fatto che fossero allucinazioni. Il fatto che John Nash abbia degli amici immaginari per un sacco di tempo, e senza che nessuno se ne renda conto, è abbastanza improbabile—o, almeno, non ha niente a che vedere con la mia esperienza personale. Non metto in discussione il fatto di avere allucinazioni sulle persone (io stesso le ho avute), ma il fatto che il suo amico immaginario gli dia tutti questi incoraggiamenti positivi. Le mie delusioni non sono mai state un bene.

Matt: A Beautiful Mind potrebbe essere un’eccezione perché racconta una storia vera. Mi piace molto, perché umanizza la malattia. La cosa triste è che il film può mostrare solo una piccola porzione della sua vita—nella realtà gli è andata molto peggio.

Erik: Quando ho iniziato a dare segni di squilibrio, avevo paura di essere considerato pazzo. Pensavo che essere “pazzo” fosse una brutta cosa. Buona parte dell’attività dei paranoici si concentra nel cercare di risultare credibili. Ma in questi film, nessuno cerca di proteggere se stesso. Queste persone non si chiudono mai in bagno quando stanno per perdere il controllo. Al contrario, lo lasciano semplicemente andare, senza pudore.

IL CAVALIERE OSCURO
Nonostante a Joker non sia stato diagnosticato alcun disturbo mentale, alcuni dei suoi scagnozzi—tipo quello a cui esplode l’ordigno nello stomaco—sono palesemente schizoidi, fatto che è passato inosservato alla maggior parte dei recensori del film.

Curtis: Il film mi ha disturbato perché per portare avanti uno dei suoi attacchi il Joker si circonda di una manica di pazzoidi. Questi sono rappresentati come persone docili, facilmente controllabili e così disperate da essere disposte a fare qualsiasi cosa. In più, svolgono dei compiti che apparentemente richiedono accortezza, padronanza di sé, puntualità… Gli psicotici sono l’esatto contrario. Se dovessi avere un attacco e tu mi dessi un compito, non sarei in grado di svolgerlo. Mi ci vorrebbero almeno dieci minuti solo per tirare fuori il mio portafogli, anche se lo avessi a portata di mano. In pratica sembra che il film dica che queste persone sono pazze, ma poi le fa comportare come normali delinquenti, finendo a equiparare la malattia mentale alla normalità—l’unica cosa che cambia è che sei un criminale.

Erik: Delusioni, allucinazioni e psicosi mi impaurivano, non mi facevano diventare violento. Le cose di cui avevo paura erano così spaventose e incontrollabili che non riuscivo ad organizzare alcun piano per poterle gestire. È già abbastanza difficile uscire di casa, figuriamoci dover affrontare Batman!

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Filed under: cinema - teatro,Psichiatria,psicologia

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1 commento Lascia un commento

  • 1. verdefronda  |  14 aprile 2012 alle 23:32

    Molto interessante l’articolo
    Saluti
    Giorgio

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