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Viva la psicoanalisi

22 febbraio 2012

Oggi su “Repubblica” quattro grandi psicoanalisti italiani appartenenti a diverse scuole si sono finalmente decisi a scendere in campo (superando le rispettive reciproche differenze) per rispondere alle frequenti superficiali e ingiustificate critiche a questa scienza che, da Freud ad oggi, ha cambiato il modo pensare ed ha offerto prospettive nuove e promettenti alla ricerca della salute, dell’equilibrio e del superamento del disagio psicologico, rendendo il soggetto protagonista del processo di guarigione, permettendogli di riconoscere le cause del malessere e di ritrovare la felicità e il senso della vita. Sono infinite le testimonianze di persone, più o meno note, (intellettuali, artisti, attori, gente comune) che riconoscono alla psicoterapia psicoanalitica il merito di avere cambiato la loro vita, anzi spesso di aver dato loro la vita, e ciò potrebbe già essere sufficiente a concludere che le critiche che a volte vengono portate a questa “scienza a statuto speciale” sono spesso sterili o frutto di ignoranza o, forse, di una inconscia resistenza a mettersi in discussione.

Ecco il testo dell’articolo:

“Alcuni recenti articoli giornalistici hanno ravvivato il dibattito sulla psicoanalisi mettendone in discussione lo statuto scientifico, l’utilità clinica e la legittimità sociale come metodo di assistenza e di cura nelle patologie gravi. Da molti decenni la psicoanalisi è descritta dai suoi detrattori come inattendibile, dannosa, parassitaria, epistemologicamente infondata, in procinto di scomparire… Piaccia o no, le cose non stanno affatto così. E seppure certe critiche non rappresentano una gran novità, questa volta vorremmo puntualizzare alcuni aspetti utili a un’informazione più corretta. E vorremmo farlo insieme, superando per una volta le divisioni e le differenze che appartengono alla storia del movimento psicoanalitico. Intanto oggi la scienza è polifonica, critica e non conchiusa. Fa riferimento alla complessità, alla discontinuità, alle leggi del caos, alla casualità. Restringere lo studio della mente umana alle sole discipline psichiatriche e neuropsicologiche – che, sia chiaro, sono di enorme interesse anche per gli psicoanalisti – sarebbe riduttivo e arbitrario. La psicoanalisi è una scienza a statuto speciale che esplora non solo la dimensione inconscia (suo specifico storico e sostanziale), ma anche le relazioni della coscienza con l’inconscio, le interrelazioni profonde tra i vari livelli interni dell’individuo e dei diversi individui nella coppia, nel gruppo, nella comunità. Con la sua straordinaria evoluzione teorico-clinica, si è ramificata in varie scuole che hanno contribuito a descrivere e trattare aree sempre più specifiche del disagio mentale. L’esperienza dell’analisi, ad ore e giorni convenuti (il setting), nei tre continenti storici (Europa, Nord America e America latina) e recentemente anche in Medio Oriente e in Asia (soprattutto in Cina), si basa comunque su una ricerca metodica e impegnativa del contatto con sé e il proprio inconscio. E ormai sappiamo bene che il recupero di una vivibile soggettività individuale – in molti casi di nevrosi, patologie narcisistiche, sindromi borderline, psicosi – è reso possibile da una relazione complessa e continuativa tra due persone, da un “lavorare insieme” su angosce, bisogni, dolori, desideri non riconosciuti. Certamente le patologie psichiatriche gravi, come alcune sindromi autistiche, richiedono adattamenti di tecnica specifici e mirati, e molto spesso la terapia che ne risulta non è affatto un trattamento psicoanalitico. Il nostro contributo riguarda di solito la gestione complessiva di casi in cui il paziente, la famiglia e gli stessi operatori della salute necessitano di un supporto che renda la loro dolorosa vicenda umana più comunicabile. Oggi la psicoanalisi non è alla vigilia della sua scomparsa, ma è anzi decisamente viva. La sua sfida attuale è quella di contrastare nuove forme di attacco alla capacità di pensare e alla relazione tra le persone, che caratterizzano la nostra epoca. Gli esseri umani sono invitati in vari modi, impliciti ed espliciti, ad evitare il contatto con se stessi, a coltivare illusioni di onnipotenza e di totale autodeterminazione, ad identificarsi attraverso i media con idoli o gruppi idealizzati, a ritirarsi nell’uso della tecnologia virtuale, a privilegiare le difese maniacali considerando l’euforia e il piacere le uniche condizioni degne e normali della vita. Configurare una funzione sociale della psicoanalisi potrebbe risultare velleitario, di fronte a fenomeni di questa portata. Ma la voce degli psicoanalisti ha un suo effetto nel tempo medio – lungo e produce cambiamenti profondi nella cultura: è accaduto in passato, potrebbe accadere ancora nel futuro. Quello che oggi va difeso, come assolutamente centrale, è il “fattore umano” e – anche nelle patologie più gravi – ogni residuo frammento di speranza.
Stefano Bolognini
Simona Argentieri
Antonio Di Ciaccia
Luigi Zoja”

La giornalista Luciana Sica così presenta i quattro autori dell’articolo
“Il primo firmatario è Stefano Bolognini, al timone della Società psicoanalitica e ormai soprattutto primo presidente italiano dell’International Psychoanalytical Association (l’Ipa, fondata da Freud nel 1910, dodicimila iscritti in tutto il mondo).
Notissima firma al femminile del mondo freudiano è Simona Argentieri, didatta dell’Associazione italiana di psicoanalisi.
Antonio Di Ciaccia, allievo diretto di Lacan, è da noi l’autorevole curatore dell’opera del maestro francese.
Luigi Zoja, personaggio di segno cosmopolita dello junghismo, è autore di saggi coltissimi tradotti in una decina di idiomi”

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Filed under: alfred adler,Psichiatria,psicologia

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