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GUERRE DELL’ACQUA

15 marzo 2009

GUERRE DELL’ACQUA
Israele – Palestina
Non se ne parla se non negli ambienti specializzati, ma molti politologi danno per scontato che dopo le guerre del petrolio ci saranno le guerre dell’acqua, anzi che sono già cominciate. Ovunque un fiume, una falda acquifera, un bacino idrico, si estenda sopra, o sotto, più di uno stato indipendente e sovrano, vi è il rischio che tra gli stati confinanti si creino conflitti sull’utilizzo dell’acqua in comune. Lo stato a “monte” è sempre sospettato di “rubare” l’acqua allo stato a “valle”. Quando poi l’acqua scarseggia i problemi sono inevitabili.

Che cosa è una guerra dell’acqua?. E’ il tentativo disperato di conquistare o preservare uno dei beni assolutamente indispensabili per la vita umana, l’acqua appunto. Senza acqua non c’è agricoltura, non c’è industria, si muore. Se in una regione l’acqua non è sufficiente per tutti, gli abitanti della regione si trovano necessariamente di fronte alle seguenti alternative:
1. si mettono d’accordo per ridurre i consumi in modo tale che l’acqua disponibile basti per tutti. Questo vuole dire ovviamente ridurre per tutti la qualità della vita, ridurre il numero dei consumatori limitando, o addirittura azzerando, la crescita demografica, ricercare politiche di sviluppo compatibili con la disponibilità delle risorse.
2. non si mettono d’accordo. In questo caso il più forte, per mezzi bellici e/o numero, impone con la forza al meno forte le restrizioni necessarie per garantirsi il consumo di acqua necessario al suo sviluppo ed al suo benessere. Una guerra insomma.

Credo che i diversi episodi del conflitto tra israeliani e palestinesi, che da oltre cinquant’anni insanguinano la regione, possano a buon diritto essere considerati nel loro insieme come una delle diverse “guerre dell’acqua”, forse la più grave, in termini di vite umane, di danno all’ambiente e di riduzione del livello di civiltà dei popoli coinvolti.
Nel dramma israelo-palestinese entrano certamente molte componenti, tra le quali la lotta per l’acqua può spiegare molti aspetti del conflitto in atto.

Qualche dato tecnico in estrema sintesi. Il sistema idrico della regione è rappresentato dal bacino del fiume Giordano che, nel corso superiore, ha tre affluenti: i torrenti Hasbani, che nasce in Siria, il Dan ed il Banyias, che nascono sulle alture del Golan (occupate da Israele nel 1967 ed annesse nel 1981). Nel corso inferiore, a valle del lago di Tiberiade, il Giordano è alimentato dal fiume Yarmuk che nasce in Siria, e termina poi nel Mar Morto. Le acque superficiali, quelle cioè che scorrono nei fiumi e torrenti, costituiscono però solo il 30% circa delle risorse totali. Il resto sono acque sotterranee contenute in tre falde principali situate nella zona delle montagne, in quella costiera e nella regione orientale. Queste falde giacciono nel sottosuolo israeliano, giordano e cisgiordano e parte di quella costiera nel sottosuolo della striscia di Gaza. La valle del Giordano è quindi il classico bacino fluviale internazionale che richiederebbe politiche di gestione a livello internazionale.

Tutti i rapporti degli organismi internazionali e dello stesso Israele indicano senza ombra di dubbio che il consumo nella regione non è compatibile con le risorse idriche disponibili. Ad esempio risulta da tempo che Israele attinge acqua dalle falde acquifere ad un ritmo del 15% superiore a quello di reintegro (2,1 miliardi di m3 all’anno contro un ripristino naturale di 1,95 miliardi di m3 negli anni piovosi e di 1,6 negli anni secchi). Come conseguenza, soprattutto nella falda costiera, le infiltrazioni di acqua marina stanno assumendo proporzioni preoccupanti con conseguenze ambientali disastrose. L’acqua dei pozzi è quasi imbevibile ed il suo utilizzo in agricoltura è problematico. Quelle che una volta erano le paludi di Huleh, in Israele, sono ora un deserto battuto da tempeste di sabbia e sale. A forza di emungere acqua dalla falda da parte degli agricoltori dei kibbutz, il suolo si è abbassato anche di 7 metri e l’intero ecosistema locale è morto.
Inoltre la portata del Giordano è quasi totalmente utilizzata dalla rete israeliana di canali che costituisce il National Water Carrier verso il quale una parte cospicua delle acque è stata deviata. Nel 1953 la portata media del Giordano al ponte Allenby era di 1,25 miliardi di m3 annui, oggi varia tra 160 e 200 milioni di m3. Il Giordano termina nel Mar Morto la superficie del quale, come è noto, si sta riducendo in modo impressionante. Le stime più recenti prevedono la sua sparizione per il 2050.
Secondo le stime degli stessi israeliani entro il 2010 il deficit idrico di Israele salirà a 360 milioni di m3 e quello della Cisgiordania a 140 milioni. Eppure, ricerche e studi effettuati sembrano indicare che con una distribuzione equa e con un uso oculato della risorsa, nella regione ci sia acqua sufficiente per le necessità sia degli israeliani che dei palestinesi. Di fatto questo non è avvenuto e non avviene.

Dopo la “guerra dei sei giorni”, nel 1967, Israele decretò che tutte le risorse idriche fossero proprietà dello stato e che il controllo dell’acqua fosse messo nelle mani dell’esercito. Le limitazioni ai palestinesi furono gravissime. Furono distrutte intere piantagioni di agrumi, chiuse sorgenti attive da secoli, distrutte cisterne. Oggi la gestione delle acque non è più in mano all’esercito ma la situazione non è cambiata di molto. Nel 1995 i palestinesi di Gaza pagavano per 1 m3 l’equivalente di 1,20 dollari, mentre i coloni israeliani pagavano 10 centesimi, il resto essendo sovvenzionato dallo stato.
La legge israeliana sulle risorse idriche impone limitazioni severissime a chiunque voglia fare uso di acque superficiali o sotterranee, e sono limitazioni che vengono imposte soprattutto alla parte palestinese. Ad esempio, ai palestinesi è concesso di scavare pozzi ad una profondità massima di 140 m. mentre gli israeliani possono scendere sino a 800 m. Inoltre il numero di licenze di scavo concesse alle due comunità differisce macroscopicamente a vantaggio degli israeliani. Ne consegue che molti villaggi palestinesi siano quasi senz’acqua e che la produzione agricola palestinese sia sempre più povera. La popolazione palestinese è costretta a sopravvivere in una situazione nella quale l’acqua viene razionata ed il rubinetto è controllato dagli israeliani.

Dal punto di vista storico vale la pena di ricordare il contesto che portò a quella che si può probabilmente chiamare la prima guerra dell’acqua. La “guerra dei 6 giorni” del 1967.
Nel 1953 Israele decise di avviare un piano decennale di sviluppo idrico che prevedeva la deviazione del Giordano per convogliare parte delle sue acque nella rete nazionale di distribuzione, il National Water Carrier, allora in fase di costruzione. La cosa fu considerata come un furto dalla Siria e dalla Giordania, paesi confinanti lungo il Giordano. Nel 1959 la Siria portò il caso all’attenzione della Lega Araba che approvò un progetto di ritorsione: la costruzione di dighe di raccolta sul Dan e sul Banyias, entrambi in territorio siriano, affluenti dello Yarmuk e del Giordano. Questi lavori furono effettivamente avviati nel 1964. Gli israeliani considerarono che con l’utilizzo di queste acque raccolte nelle dighe da parte siriana la loro parte di approvvigionamento dal Giordano si sarebbe ridotta anche del 35% e dopo alcune intimazioni a vuoto inviarono l’aviazione che distrusse le dighe. Questo avveniva due mesi prima dell’inizio della guerra del 1967.

A guardare bene non si può fare a meno di constatare che tutti gli episodi bellici di Israele hanno portato all’occupazione o annessione di aree strategiche dal punto di vista idrico: dalle alture del Golan, occupate in occasione della guerra del 1967, annesse poi nel 1981, dove nascono il Dan e il Banyias sopra citati, alla Cisgiordania, sotto la quale si estende la falda acquifera dalla quale Israele attinge una percentuale del suo fabbisogno molto importante. Anche l’occupazione, ancorché temporanea, del Libano nel 1978, nel 1982 ed ancora recentemente, è considerata da molti osservatori internazionali collegata alla possibilità di controllare il fiume Litani, che scorre totalmente in territorio libanese ma a due passi dal confine Israeliano ed ha l’importante caratteristica di una portata di circa 580 milioni di m3 di acqua particolarmente buona, perché con salinità bassissima comparata con quella del Giordano e del lago di Tiberiade. Rapporti internazionali (FAO ed altri), per altro contestati da Israele, indicano come molto probabile che questo stia già attingendo acqua dal Litani con pompe sotterranee lungo il confine. Nel 1984 il governo libanese presentò una protesta ufficiale alla Nazioni Unite per queste presunte sottrazioni.

In questo contesto, considerando che Israele non sembra avere nessuna intenzione di ridurre il suo consumo idrico a vantaggio della popolazione palestinese, sembra lecito porsi qualche domanda:
 quali possibilità esistono in termini realistici che Israele accetti la creazione di uno stato autonomo palestinese?. Ad uno stato autonomo non si possono imporre limiti nel consumo di acqua. In uno stato indipendente la profondità dei propri pozzi viene decisa dal governo locale. Anche l’incremento demografico, e quindi il consuma d’acqua, legato alle nascite e al ritorno dei profughi palestinesi, non sarebbe controllabile.
 Quali possibilità realistiche esistono che le alture del Golan vengano restituite alla Siria?. Da quelle alture si controlla una importante portata d’acqua.
 Quanto sono realistiche le affermazioni, a lungo termine, che i confini Israele-Libano restino invariati, dato che il fiume Litani è fondamentale per le esigenze idriche di Israele ?.

Le possibilità di uscita da questa situazione, che è destinata a peggiorare dato che il consumo d’acqua continuerà comunque ad aumentare, sono apparentemente due:
1. I due popoli decidono di cooperare distribuendo in modo equo le scarse risorse. Dopo oltre 60 anni di odio questa sembra una prospettiva improbabile.
2. Si trovano nuove risorse idriche, escludendo ovviamente la possibilità di andarle a sottrarre ad altri stati confinanti.
La seconda possibilità, ancorché avveniristica, potrebbe essere rappresentata dal faraonico progetto Red sea –Dead sea Water Conveyance. Di che cosa si tratta in estrema sintesi ?.
Si tratta di prelevare acqua marina dal Mar Rosso, all’altezza del golfo di Aqaba/Eilat, trasferirla con canali e condutture sul Mar Morto ad una distanza di circa 180 km., sfruttare la notevole differenza di livello del Mar Morto rispetto al Mar Rosso, di circa 400 m negativi, per produrre energia elettrica con la quale dissalare parte dell’acqua marina convogliata. La salamoia prodotta dalla dissalazione insieme a parte dell’acqua marina non trattata servirà per ripristinare i livelli del Mar Morto e quindi porre rimedio ad un disastro ambientale; l’acqua dissalata verrà distribuita ad uso civile ed agricolo.
La portata prelevata dal Mar Rosso sarebbe di circa 1.900 milioni di m3 all’anno. L’acqua trattata sarebbe di circa 850 milioni di m3 annui vale a dire più della metà della portata annua del Giordano che negli anni buoni è di 1.400 milioni di m3.
Il costo di tutta l’operazione, secondo una stima di larghissima massima, sarebbe di 2,5 miliardi di dollari senza contare gli impianti di distribuzione dell’acqua trattata. Quale è lo stato dell’arte ?.
E’ stato creato un “trust fund” presso la Banca Mondiale al quale alcuni paesi hanno aderito finanziando il primo passo dell’iter di realizzazione, lo “studio di fattibilità economico, ambientale e sociale”. Nel Dicembre 2006 sulle rive del Mar Morto, in territorio Giordano, venne tenuto un incontro tra i donatori e venne fatto il punto della situazione. La stima dello studio di fattibilità è di 14 milioni di dollari. I donatori al momento sono la Francia, il Giappone, l’Olanda, la Grecia e gli Stati Uniti d’America. Lo Studio è stato appaltato dalla Banca Mondiale ed è tutt’ora in corso. Sarà lo Studio a dire se l’opera sarà fattibile o meno.
Referenze
Acqua. Marq De Villiers. Sperling paperback.
Atti del “Donors Update Meeting and Study Process Initiation” December 10-11, 2006
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