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Fuochi di rivolta in Perù: comunità contro governo e multinazionali

13 maggio 2009

peru1Il Perù è lontano, e forse non interessa tanto quanto i nostri falsi problemi di sicurezza. Prendiamo le notizie quando ci arrivano.

Da asud.net

 Giovedì 07 Maggio 2009 10:00

 

Dal 9 aprile nelle zone rurali ed amazzoniche peruviana, dilaga l’insurrezione di ben 1350 comunità di diversa etnia, fra le quali: Awajun, Wampis, Shawi, Cocama, Cocamilla, Machiguengas, Kichuas, Arabelas, Achuar, Yaneshas, Matsés, Yines. La rivolta copre aree della foresta a nord, al centro e al sud dell’amazzonia peruviana, che è la regione più estesa e meno popolata, ed è sostenuta dalla popolazione meticcia della zona, rurale, urbana e persino da alcune autorità locali. Ad essa si stanno unendo popolazioni indigene provenienti dalle montagne del centro e del sud.

 

Le Cause

 

La ragione profonda della lotta è la difesa della foresta contro le criminali depredazioni delle multinazionali principalmente petrolifere. Per il resto lo sfruttamento è costituito dalle industrie: del legno, mineraria, edile ed idroelettrica. Le trivelle petrolifere avvelenano l’acqua dei fiumi, che è una delle principali fonti di sostentamento della vita amazzonica, in quanto non solo è fonte d’acqua ma anche di pesce elemento fondamentale dell’alimentazione delle popolazioni che abitano la foresta. L’esecutivo ed il Parlamento sono completamente asserviti alle multinazionali, ed hanno emesso diverse leggi per legalizzare lo sfruttamento ed il saccheggio (fra le quali una legge sulla Foresta e la Fauna silvestre ed una sulle Risorse Idriche) e decreti legge (DL), che favoriscono lo sfruttamento insostenibile delle risorse e purtroppo anche le forze di polizia e marina sono asservire alle industrie sfruttatrici. Come se non bastasse, sono stati emessi dei Decreti Legge contro le organizzazione sociali e i movimenti di protesta. Sebbene la commissione multi-partito del Congresso della Repubblica, presieduto da Gloria Ramos, raccomandi l’abrogazione di dodici decreti legislativi in quanto “dannosi per la popolazione andina e amazzonica” il Congresso non fa nulla. Roger Najar, presidente della Commissione per i Popoli Andini ed Amazzonici, ha affermato che “non vi è alcuna volontà politica in seno al Congresso ne all’esecutivo di risolvere la questione Amazzonica”. Gli indigeni hanno l’assoluta certezza che gli accordi commerciali rappresentino un pericolo per il popolo e per la natura del Perù, e per questo ne chiedono l’annullamento, con Stati Uniti, l’Unione Europea e il Cile “per attacco all’ecologia ed alla biodiversità “. Consapevoli del fatto che la Costituzione è stata elaborata da oppressori, vigono la convocazione della Assemblea Costituente ed il rispetto per le loro comunità, che abitano queste terre da millenni prima dell’invasione europea (durante l’occupazione di un aeroporto un indigeno ha detto, “E ‘scandaloso che, attraverso le sue disposizioni legislative, Garcìa ritenga questa una zona di sfruttamento perché noi ne siamo i proprietari e continueremo a difenderla affinché i nostri figli ne possano godere”. In conformità alla Convenzione 169 della Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), le misure che interessano le popolazioni indigene devono essere adottate di concerto con queste ultime. Tale Convenzione è oggi una legge costituzionale peruviana approvata dal Parlamento, cosa che rende incostituzionale dal la maggior parte delle leggi e decreti neoliberisti emessi ultimamente per favorire le multinazionali. Oggi le comunità indigene esigono il ripristino della legge costituzionale che ha dichiarato che il loro territorio è inalienabile e irrinunciabile ed  imprescrittibile, e propongono la creazione di un Vice-Ministero della Salute e di un Ministero dell’Istruzione Interculturali. In passato, dopo aver concordato una data con il Primo Ministro (il leader “di sinistra” Yehude Simon) l’incontro è stato più         volte posticipato.

 

L’insurrezione

 

Una delle ragioni del mancato interesse internazionale a questa importante lotta è sicuramente l’assenza di morti e feriti. Ciò è sicuramente dovuto alla strategia indigena che vuole evitare che ve ne siano. I movimenti indigeni hanno pianificato una lotta a lungo termine, che consiste nell’occupare gli impianti industriali, bloccare le strade, prendere aeroporti, interrompere il trasporto fluviale. Essi sanno che le multinazionali sono coloro che più utilizzano le vie di comunicazione terrestri, aeree ed i corsi d’acqua. Non si sa quanto a lungo durerà questa “rivoluzione”, ma si sa che le popolazioni originarie sono pazienti. L’estensione della rivolta A sud, gli indigeni del dipartimento di Cusco hanno paralizzato i trasporti commerciali e turistici per il Machu Picchu e per il Lago Titicaca. Al centro, a Pasco e Junin, sono insorte le popolazioni di allevatori (i Camelini andini) per protestare contro il basso prezzo della lana di alpaca, ci sono stati 8 feriti. I Minatori hanno bloccato il transito per protestare contro i licenziamenti, e le imprese si sono ritirate. Aumento a macchia d’olio dei conflitti ambientali e sociali Oltre alla grande mobilitazione in atto, negli ultimi mesi i conflitti socio ambientali in Perù sono incrementati del 150% e si contan ben 118 focolai di resistenza lungo tutto il paese. L’aumento dei conflitti socio-ambientali nel corso degli ultimi dodici mesi non è solo il  risultato dello stile di sviluppo che il governo ha scelto per il Perù, è anche una prova che la popolazione è più consapevole del governo di ciò che è in gioco, sostiene il sociologo Nelson Manrique. Secondo il rapporto numero 61 del Difensore civico nazionale (Defensorìa del Pueblo) relativo al mese di marzo 2009, I conflittisocio-ambientali causati dall’industria mineraria sono aumentatifino a diventare il 49 per cento dei conflitti sociali del paese. Allo stesso tempo, tutte queste popolazioni registrano notevoli livelli di povertà ed estrema povertà, con punte di analfabetismo che arrivano ad interessare il 50 per cento degli abitanti, come accade a Llusco e Chumbivilcas, della Regione Cusco.

 

Altri conflitti

 

E’ indicativo che 49 per cento dei conflitti sociali hanno a che fare con rivendicazioni socio-ambientali, percentuale cui fa seguito un (13%) riconducibile a rivendicazioni nei confronti del governo locale, ed un (9%) riconducibile a rivendicazioni governative e lavorative. Queste cifre indicano lo spostamento dalle tradizionali rivendicazioni sociali nei confronti del lavoro a quelle di tipo ecologico ed ambientale. 

Cusco, Ancash, Ayacucho, Cajamarca e Lima sono le regioni con il maggior numero di conflitti socio-ambientali a marzo 2009. IL 62% dei conflitti si concentra in otto regioni: Cusco, Cajamarca, Ayacucho,Ancash, Junin, Loreto, Pasco e Lima. Dei 116 conflitti socioambientali, 33 sono in fase di dialogo, vale a dire un numero maggiore di quello del mese di febbraio. Tra i conflitti socio-ambientali, i più numerosi (82) sono relativi ad attività di estrazione.

 

Traduzione di Marisa Foraci

 

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Filed under: pensiamoci

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